Per Alberto

giacometticartier-bresson5Come è cominciata tra noi? Davvero non ricordo.

Di te mi piace soprattutto una fotografia, quella che Cartier-Bresson sembra avere scattato di soppiatto alla Galerie Maeght nel 1960 ; te ne sarai accorto? Ma no, non credo, nell’immagine sei troppo indaffarato a sistemare le sculture,  ti vedo che con amorevole cura le sposti nello spazio della mostra, cerchi la luce, la giusta angolazione, le appoggi delicatamente sui loro grandi piedi, le osservi, sorridi. Nello scatto che mi ha fatto innamorare tagli lo spazio con una larga falcata, deciso, inclinato in avanti come contro vento, a raddoppiare la presenza dell’Uomo che cammina; tra le braccia una delle “tue” donne eterne, portata un po’ sbieca, certo, così sottile che puoi afferrarla solo per il collo. E sbilenco un poco anche tu, le spalle incurvate in avanti, procedi tenendola con mani sicure; sai dove andare con lei.

Ma lei, loro, lo sanno? Sospese in un attimo eterno, tra immobilità e movimento, le tue creature sembrano in preda alla febbre, percorse da un brivido infinito. Uomini, donne, incerti se andare o restare, risolvono il dilemma con un vibrare costante che non si traduce in movimento, bensì in un suono muto, eppure così udibile da ferire le orecchie.

Per molto tempo ho cercato in loro il movimento, invece ho trovato la voce: parlano, parlano senza tregua e il flusso delle parole avvolge lo spazio e chi guarda. Con il sole e sotto la pioggia.

Tu invece, parlare, poco.

Di te tutti ricordano ore di silenzi, notturni soprattutto, interrotti soltanto da qualche monosillabo: “Non va eh? Non va proprio, no, non va…”, mentre il filo di fumo dell’onnipresente sigaretta si avvita e ristagna nel minuscolo atelier, al 46 di rue Hippolyte-Maindron…e le tue mani ricominciano il lavoro da capo. Ancora una volta. E ancora. Tuo fratello Diego, pietrificato nell’immobilità mentre posava per te, costruiva soliloqui di pensieri frenetici. Ma tu te ne accorgevi subito, tutto questo pensare ti disturbava…

Allora via, fuori, nella notte parigina, con i pochi amici capaci di reggere i tuoi ritmi disumani, con Annette, a bere un bicchiere, fumare, mangiare uova sode.

Mi sono sempre chiesta se la predilezione per le uova sode fosse autentica, o un modo di fare di necessità virtù. Dopotutto, cosa vuoi trovare da mangiare in un bistrot  ancora aperto alle tre del mattino?

Lavori, lavori incessantemente, dimenticando di mangiare, di dormire, di tagliarti i capelli. Mai la cravatta però, non puoi proprio concepire di metterti all’opera senza, nel tuo minuscolo studio ingombro di colori e pennelli, di gessi, di tele e disegni fin sulle pareti. Giacca e cravatta, giusto un camice bianco buttato sopra, talvolta, quando dipingi. Sei consapevole dell’estrema dignità del tuo mestiere, lo rispetti e ti rispetti. E quando esci, a renderti presentabile al mondo, basta una energica lustrata di scarpe!

Dimmi, lo sapevi che, unica tra tutte quante, proprio la donna che regge il vuoto tra le mani, , ha tentato di sfuggire alla fissità di idolo sacro che avevi stabilito per lei inchiodandola lì, tra l’alto schienale e una tavoletta che le bloccava per sempre i piedi?

Sei stato tu  a permetterle un desiderio di fuga, o è stata lei, che autonomamente si è ribellata all’imperativo del piano sagittale, su cui fissa attonita lo sguardo e protende il gesto? La rotazione lieve delle ginocchia flesse è così discreta da non farsi notare, così pudica da diventare impercettibile; eppure me ne sono accorta, girandole intorno, e mi è mancato il respiro!

Non ricordo come è cominciata tra noi, ma so che non è finita.

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  1. l’impercettibile movimento … ( ché su questo mi fai ragionare, cara danzatrice) come un ultrasuono. Sì.
    Per me è molto difficile la forma di Giacometti e invidio un po’ questo dialogo così intimo che sei riuscita a stabilire con le sue figure. Imparo, anche.
    Che bellezza!

  2. monicavannucchi

    Sai Matilde, ci lavoro da così tanto tempo…
    sono contenta se ti sembra veramente che sia riuscita a stabilire un dialogo! Alle volte anche con quelli di famiglia la comunicazione è difficile, come sappiamo.

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