La danza contemporanea: nascita di un progetto

Da Poetica della danza contemporanea di Laurence Louppe,
Contredanse, 1997, Bruxelles.

§.4

Sarà questo il destino particolare di una  arte orfana,  poiché non può essere stata partorita in nessun luogo. Obbligata a trovare, può darsi a inventare un’ ascendenza lontana, erratica. È prima di tutto  nella storia di un corpo-soggetto, nel senso in cui tale storia fu pensata da Michel Foucault, che bisogna vedere, ancor meno che dei segnali, degli indizi. La storia del soggetto nelle categorie del suo sapere, della sua enunciazione della pratica di sè come aveva predetto ne la “Storia della Sessualità”. Ma anche la storia di un corpo-oggetto così come  appariva nello spiraglio tra diverse giurisdizioni, mediche, punitive. Un corpo che manca di una propria visibilità né può proiettarsi in una qualunque spettacolarizzazione dei rapporti individuali o sociali. L’oppressione e le regole disciplinari, ricorda Foucault,  portano verso le “forze” piuttosto che verso i “segni” (E le “forze”, per l’appunto, saranno quei materiali senza nome sui quali si concentrerà tutto il lavoro della danza contemporanea. Della “forza” la danza contemporanea farà un rifugio estetico fondamentale che ricoprirà e travalicherà il potere della visibilità del “segno”,
che darà alla “forza” oppressa nel limbo della non-significanza, la possibilità di accedere all’universo simbolico. Ci sarebbe voluto il grande meccanismo oppressivo che marca la storia del diciannovesimo secolo e le fratture di un corpo in procinto di perdere se stesso, perché il non-visto della forza implodesse.

“Dalla fine del diciannovesimo secolo, la borghesia occidentale aveva definitivamente perduto i propri gesti” afferma Giorgio Agamben.

E in questa deprivazione, gli si  potrebbe fare eco, la classe dominante coinvolge tutti i corpi di cui dispone, attraverso il ricambio della produzione, corpi essi stessi mutilati, dei quali l’industrializzazione galoppante va frammentando il gesto in moduli d’intervento parziali, ripetitivi, suggellando il dolore di un corpo-soggetto globale, ricco di una rete relazionale complessa con il mondo e con se stesso. È partendo da questo quadro di  perdita che nascono, negli Stati Uniti come in Germania, prime patrie di ipertrofismo industriale, delle correnti riformatrici, spesso di ispirazione vitalistica. Queste correnti serviranno da cornice, talvolta da sostegno, all’elaborazione teorica e pratica della danza contemporanea, da cui deriva che molti suoi esponenti iniziali sono stati vicini alla terapia. Vicina anche a un certo sguardo del cinema, almeno come lo concepisce Agamben, la danza cerca di porre rimedio alla perdita dei gesti, ma anche di dare in consegna questa perdita stessa.

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  1. ” La danza cerca di porre rimedio alla perdita dei gesti, ma anche di dare in consegna questa perdita stessa.”

    Sono delle parole molto chiarificatrici di questa danza, per me profana.

    E, se può essere utile, riporto sotto parole di Virginia Woolf, (siamo negli anni trenta) consapevoli della deprivazione dei lemmi (gesti…) del linguaggio narrativo che viveva in prima persona e da protagonista, cercando anch’essa la “forza”:

    ” Come potrei scrivere splendidamente quando sto sempre tentando di dire qualcosa che non è stato detto, e dovrebbe essere detto per la prima volta, con esattezza. Così tralascio la bellezza, e la lascio in eredità alla prossima generazione. La mia parte è consistita nell’aumentare i loro ferri del mestiere, forse. “

  2. monicavannucchi

    Non solo è utile, cara matilde, ma è perfetta, la citazione della Woolf… tanto appropriata da meritare un più ampio dibattito. Riparliamone presto.

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