Altre visioni #anno secondo/2

Ed ecco anche il punto di vista di Giacomo Lamborizio su Roseland di Wim Vandekeybus con Octavio Iturbe e Walter Verdin. Potete leggere il primo degli interventi su questa video-danza qui

«Mi piace sfidare le mie ossessioni imponendo loro nuove regole» (Wim Vandekeybus)  

image of roseland

Roseland  (1990) è un film del coreografo e danzatore fiammingo Wim Vandekeybus. Si tratta del montaggio di tre coreografie (What the Body Does Not Remember, Les porteuses de mauvaises nouvelles, The Weight of a Hand). Avvicinatosi alla danza solo dopo un’esperienza universitaria deludente (lasciò psicologia), nel giro di poco tempo da metà anni Ottanta arriva a fondare una sua compagnia (Ultima Vez) e a mettere in scena spettacoli di sua firma. Roseland utilizza i materiali delle prime opere di Vandekeybus ma sussiste come opera autonoma, pensata e realizzata per la ripresa e il montaggio cinematografico. La regia è firmata a sei mani dal coreografo con i film-maker Octavio Iturbe e Walter Verdin. Le musiche sono di Thierry De Mey e Peter Vermeersch.

Si apre con una foto di gruppo, il cast posa in un interno. Solo dopo le presentazioni si parte. Ed è subito un festival del movimento, non solo quello delle coreografie ma anche quello della macchina da presa e del montaggio. Ben altro che neutro registratore di immagini, l’occhio cinematografico interviene pesantemente nel fornire un senso unitario allo spettacolo.

Ma quello in moviola non è certo il primo dei montaggi dell’opera. Prima avviene quello sulla scena (un set ricavato all’interno di un cinema abbandonato a Bruxelles) tra le diverse partiture coreografiche e ancor più radicalmente, quello tra i movimenti di ogni danzatore. Si parte da una corsa a staffetta con mattoni, in cui l’equipaggiamento, l’ostacolo, quel peso così negato dal balletto, è il cuore del passaggio di movimento, della comunicazione tra i vari performer. Incontri e scontri, pesi e corpi che confliggono, che entrano in relazioni collaborative e oppositive dove un cast equamente composto da uomini e donne richiama la coppia come cellula primaria della vita. Coppie che sono simboli, ricomposizioni che tengono la traccia del passato di unità infranta: amore e odio, ordine e caos, estasi e furia, pausa e continuità, armonia e dissonanza.

Coppie che si formano in una serie di pezzi a due dove la specificità del linguaggio cinematografico – il suo essere arte del primo piano, megafono dell’emozione – aiuta a chiarire i termini: i passi a due sono moti ondosi di avvicinamento e repulsione i cui gesti paiono astrarre, citare, usare come memoria muscolare certe arti marziali (la capoeira per esempio) e un ballo di riconoscibile carisma come il Tango. Ma siamo alla citazione, a un metalinguaggio, poiché la scrittura scenica di Wim Vandekeybus parla un creolo di grande forza espressiva. C’è il debito forte con la postmodern dance americana, a partire dallo studio del movimento e dei nuovi equilibri di coppia portato avanti dalla tecnica Contact di Steve Paxton, così come da Trisha Brown viene la messa in gabbia degli interpreti in strutture ripetitive e cervellotiche per sfidarne la resistenza e la capacità di uscire dalla trappola. C’è l’interesse per il potere espressivo del cinema, comune ad altri fiamminghi come Anne Teresa De Keersmaeker. C’è l’insegnamento del Tanztheater ad accogliere il caotico divenire della vita, con la sua imperfezione e la sua dialogicità sempre di nuovo da ricercare.

Jennifer Dunning, alla visione di quest’opera nel 1991 parlò sul New York Times di una “danse macabre di amanti”. Ma forse più che una parata di scheletri che imitano la vita la maggiore grandezza di Roseland è mostrare la vita di coppia, e di riflesso tutta l’esperienza del vivere in comune, come un processo di problem solving, una sfida agli ostacoli e un far tesoro di ognuno di essi, una ricerca del varco nel muro, della folata di vento che porti la vita nel campo delle rose.

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che ci stringe, tu balza fuori, fuggi!

Va, per te l’ho pregato, – ora la sete

mi sarà lieve, meno acre la ruggine…

(Eugenio Montale, “In Limine”, Ossi di Seppia)

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  1. la prima vez

    ho fatto una prova

  2. Pingback: Altre visioni #anno secondo/3 | I blog di Monica Vannucchi

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