I capolavori della Bausch al Teatro di San Carlo

Parte prima: Café Müller   cafe-muller-helena-pikon-phulli-weiss

Il bellissimo programma presentato a Napoli dal Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, mette in evidenza una problematica molto attuale, che investe l’avanguardia teatrale degli anni Settanta e Ottanta, così come il Teatrodanza e la danza autoriale: se tali produzioni artistiche siano o meno riproducibili a distanza di anni, con quali strumenti e se abbia un senso farlo.

È un tema la cui consapevolezza è affiorata solo recentemente nei curatori di rassegne, nei critici, nei direttori di compagnia e negli artisti stessi. Questi ultimi molto a lungo non l’hanno certamente considerata una priorità, poiché si muovevano soprattutto in una dimensione di rottura e di polemica con il passato, costruendo spettacoli che volevano essere il prodotto radicale di una sensibilità acuta del presente. Ne discende che all’epoca fosse abbastanza naturale non porsi il problema della riproducibilità, della trasmissione e della conservazione delle opere.

Eppure oggi, ripresentare quei capisaldi coreografici e drammaturgici, comincia a essere sentito come un bisogno da parte di operatori culturali e da molti artisti stessi, giunti a una maturità anagrafica oltre che artistica.

Con l’inserimento di Café Müller, lavoro del 1978, nel repertorio della compagnia Tanztheater Wuppertal da lei stessa diretta, la Bausch ha affrontato il problema, con il solito anticipo sui tempi. Molto presto infatti affidò il proprio ruolo nella pièce a una danzatrice che le assomigliava molto fisicamente: Helena Pikon. Nel docu-film di W. Wenders, Pina 3D, la Pikon stessa parla di questo passaggio di consegne come di un momento emozionante in cui fu chiamata a prendersi un’enorme responsabilità. Come artista e come persona. Ed è comprensibile che ne fosse al contempo gratificata e terrorizzata. Tuttavia era probabilmente confortante per lei sapere che gli altri interpreti continuassero a essere gli stessi danzatori dello straordinario cast, con il cui contributo il pezzo aveva visto la luce:  Malou Airaudo, Rolf Borzik, Dominique Mercy, Jan Minarik, Meryl Tankard.

Oggi, nella versione portata in tournée, l’unico interprete originale rimane lo splendido Dominique Mercy, e merita un discorso a parte. Tutti gli altri sono stati sostituiti da danzatori più giovani, in grado di sostenere il pezzo non solo teatralmente, ma soprattutto tecnicamente.

Il criterio seguito nella scelta dei danzatori ha continuato a essere quello della “somiglianza”, o almeno così sembrerebbe guardando danzare, oltre alla PikonBarbara Kaufmann, Jean-Laurent Sasportes, Michael Strecker e Azusa Seyama (in alternanza con Aida Veinieri); le loro caratteristiche fisiche ricalcano quelle degli interpreti della prima versione, con un’ossessione che mi è apparsa un po’ troppo maniacale.  Questo sforzo di verosimiglianza, sottrae a mio parere, potenza alla creazione. Perché? Il motivo credo sia da ricercarsi in questo: Café Müller è l’affresco di un’umanità dolente, ritratta in un particolare momento di sospensione della Storia, forse identificabile con la fine della Seconda guerra mondiale nella Germania post-nazista. Non ci sono veri personaggi, ma persone ferite, sole, smarrite, che in un caffè qualsiasi intrecciano per un momento le proprie desolate esistenze, esprimono il bisogno universale di un sentimento umano come l’affetto. E tutti sono come ciechi, alla ricerca di una strada. Alla ricerca di una via d’uscita.

La specifica sincerità espressiva, la magistrale operazione di scavo introspettivo, la qualità tecnica così inimitabile di ognuno dei danzatori, tra i quali la stessa Bausch, resero quell’opera ciò che è nella memoria di tutti noi: un capolavoro, una pietra miliare del Teatrodanza. Ma ne fecero anche, e questo è il punto, un pezzo la cui potenza espressiva derivava, principalmente, dalla consapevolezza dei danzatori di allora di esserne in un certo senso co-autori.

Oggi guardando danzare la pur bravissima Helena Pikon e gli altri “sostituti” mi domando se fosse necessario individuare questa potenza fin nei folti e ricci capelli di Malou Airaudo;  nella magrezza esasperata di Pina; nella possente e massiccia fisicità di Jan Minarik; nella nervosa sensualità della Tankard. E cercare di replicare persino questi dettagli.

Mi chiedo anche se quegli stessi archetipi di umanità ferita non potrebbero essere incarnati da una danzatrice bionda dai capelli corti, o da un uomo mingherlino e pelato, per esempio. E non sono affatto sicura della risposta.

Perché, in fondo in fondo, anche Dominique Mercy non è lo stesso danzatore del 1978. Infatti, quasi quaranta anni sono trascorsi per lui, di vita artistica, di gioie e dolori personali, di figli cresciuti; il suo corpo e il suo cuore sono cambiati, la sua consapevolezza come uomo e come artista oggi gli offre la possibilità di utilizzare le proprie doti in modo completamente diverso e di scoprirne di inedite, più adatte a lui. Questo ne fa un danzatore diverso da allora, portatore di una copia fantasma del giovane se stesso. Perciò osservare la sua danza di oggi è un’esperienza strana, dolce, dolorosa e magica. Osservare gli altri danzatori, che  obiettivamente sentono il peso di dovere restituire non solo una corretta interpretazione drammatica, ma anche una “somiglianza” sostanzialmente fisica, purtroppo è,  a mio avviso, leggermente straniante e faticoso.  (segue…)

Tanztheater Wuppertal Pina Bausch 

Café Müller

La Sagra della Primavera

Teatro di  San Carlo

11/14 luglio 2013, Napoli

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  1. Grazie per questa intensa e attenta recensione.Purtroppo mi sono persa questo spettacolo,unico,straordinario come le sue coreografie…Spero in una possibile futura data romana..?…

  2. Mi pare che ci sia un po’ di resistenza proprio da parte loro, nell’immaginare la riproducibilità di questi capolavori; una resistenza che si intravede nella scelta (impossibile) di non dare una nuova interpretazione.

  3. monicavannucchi

    @elisabetta e tania: non credo che la compagnia verrà a roma per ora, non è proprio previsto. quanto alla resistenza, sicuramente c’è un timore reverenziale in coloro che si sono trovati a guidare la compagnia dopo così tanti anni nel ruolo di “secondi”; parlo di Lutz soprattutto ma non solo…
    vedremo che scelte faranno nel tempo.

  4. Pingback: I capolavori della Bausch al Teatro di San Carlo #2 | I blog di Monica Vannucchi

  5. qui alla scuola elementare Attilio Regolo andiamo matti per Pina Bausch.

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